Sessualità e adolescenza, video intervista

Video intervista. IL dott. Pasqua, psicoterapeuta e collaboratore della nostra associazione, parla di sessualità e adolescenza oggi, toccando, tra altri, argomenti come il ruolo di internet e il “sexting”.

Sessualità e adolescenza, video intervista

Giovanni Marangio

Intervista con il dott. Mauro Pasqua

L’adolescenza è una fase in cui il corpo compie dei mutamenti essenziali, assumendo forme e funzionalità nuove rispetto al periodo infantile. Come si evolvono in questo contesto i fenomeni psicologici e comportamentali relativi alla sessualità? Approfondiamo l’argomento con il dott. Pasqua, psicologo e psicoterapeuta, collaboratore della Città di Smeraldo, che risponde ad alcune domande su sessualità e adolescenza oggi, mettendo a fuoco, tra gli altri, aspetti come il ruolo di internet e il “sexting”.

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Adolescenti e genitori al tempo della quarantena

Uno psicoterapeuta, che lavora con la nostra associazione, racconta il suo dialogo “da remoto” con gli adolescenti durante l’emergenza Covid 19. È una testimonianza tratta dalle esperienze dei ragazzi nel periodo della quarantena e ci parla dei loro rapporti con i genitori e gli altri membri della famiglia all’interno di una convivenza forzata e spesso difficile, del loro modo di vivere la lontananza dai coetanei, la didattica a distanza, delle paure legate al ritorno ad una situazione di maggiore normalità.

Adolescenti e genitori al tempo della quarantena

Mauro Pasqua

Gli adolescenti oggi e l'ascolto del loro disagio.

Racconti da remoto

Pur da remoto, ho continuato a sentire gli adolescenti che incontravo in studio tutte le settimane. Il mio lavoro è proseguito anche durante la quarantena, per tenere teso il filo del dialogo costruito con loro. Questo mi ha permesso di monitorare nel susseguirsi delle settimane come vivessero il particolare momento che tutti stiamo attraversando. Ho parlato con loro al telefono o in videochiamata e mi hanno spiegato che non avevano paura, che chiusi in casa si sentivano al sicuro, ma che osservavano le condizioni di isolamento nel rispetto degli altri: “Il Covid-19 fa meno paura a chi ha la mia età, non temo per me ma per i miei famigliari, soprattutto per i miei nonni. Poi ho capito che se rimaniamo a casa evitiamo che il virus si diffonda”. Così mi ha detto Federico, 15 anni.

I loro racconti mi hanno permesso di immaginare la loro vita in casa nel susseguirsi dei giorni. Li vedo passare da una stanza all’altra, dallo smartphone al tablet; svegliarsi con fatica per seguire le lezioni on line, afflitti dalla noia. In altri giorni le cose vanno meglio, permane l’intolleranza per la presenza degli altri familiari, sentiti interferenti nei loro contatti più personali con gli amici o troppo insistenti su alcune regole. La situazione a volte degenera con i fratelli, magari con quelli con qualche anno in meno, che non riescono comprendere che certi comportamenti sono provocazioni gratuite che generano una reazione piena di rabbia. Così si mettono alla disperata ricerca di privacy nella propria stanza o nel bagno, nel tentativo di evadere da una situazione difficile, dettata dalla clausura forzata.
Dai loro racconti si snocciolano momenti di vita diversi, con il loro correlato di emozioni: noia, rabbia, tristezza, rassegnazione, ma anche inattesa gioia per i colloqui virtuali con amici, che in questo frangente sono disponibili ad approfondire la relazione anche a distanza. Anche in famiglia è accaduto qualcosa di strano. In una quotidianità a volte troppo stretta, accanto a momenti davvero difficili, si aprono spazi di particolare significato, si scopre che i genitori sanno stare vicini, o almeno ci provano come non hanno mai fatto prima.

La scuola continua ma con la DAD

La scuola è sempre stata un elemento determinante di “organizzazione mentale” dei ragazzi. Il tempo dell’adolescente è strutturato dagli orari della scuola: le settimane si scandiscono in giornate con orari stabili, che divengono incontri, volti e luoghi familiari, impegni e obiettivi quotidiani.
La scuola è però soprattutto, per i ragazzi, partecipazione e sperimentazione sociale tra pari.
Non avrei mai pensato che Beatrice, 16 anni, che al mattino si trascinava a fino al cancello della scuola, sempre in ritardo e con nessuna voglia di entrare, mi dicesse: “Quanto mi manca la scuola”. Gli adolescenti lo sanno bene quanto hanno bisogno di passare del tempo con amici e compagni. La vita con i coetanei è il luogo dove si sperimentano, si mettono alla prova, collaudano sé stessi per meglio definirsi e per separarsi gradualmente dai genitori, sulla via del diventare adulti.
La chiusura delle scuole ha determinato uno stravolgimento nei ritmi di vita e ha generato la limitazione più dura degli spazi di aggregazione sociale che i ragazzi avevano: l’impossibilità di incontrare i coetanei.
La scuola è cambiata e loro si sono adattati. La didattica a distanza costituisce per loro la possibilità di guardare avanti, anche se di poco, di vedere che non tutto è bloccato, che qualcosa in modo diverso prosegue, che c’è futuro per l’obiettivo scolastico di quest’anno.
Il cambiamento è radicale nella modalità di insegnare e di apprendere. I ragazzi sanno apprezzare le novità e dimostrano stima per i loro ‘prof’ e per i tentativi messi in campo di portare avanti l’anno scolastico, anche se a volte goffi o non sempre riusciti. Nemmeno i pluribocciati hanno inneggiato alla perdita di tempo e programmi. La didattica a distanza ha ridotto gli orari, ha allentato la tensione per le scadenze puntuali delle lezioni e delle verifiche.
La perdita vera per tutti però è quella della classe, con i suoi legami di amicizia intensa, di fratellanza adolescenziale, compresi i limiti delle invidie e delle dispettose piccole cattiverie di ogni umana comunità. Così sono scomparsi dalle loro vite i punti di riferimento temporali e relazionali. Dai racconti di alcuni di loro, mi è sembrato ci fosse una paura più dolorosa e profonda: la paura di perdere definitivamente gli amici o di vedere scomparire quel rapporto d’amore da pochissimo costruito, faticosamente tessuto di parole imbarazzate, intensi sguardi e vitale desiderio. Questo significa per i ragazzi “mi manca la scuola!”.

Sempre con lo smartphone: quando è troppo?

Dai racconti dei ragazzi mi è sembrato chiaramente che i genitori abbiano cercato una “mediazione”, ascoltando i loro bisogni e, allo stesso tempo, riuscendo ad organizzare la vita familiare, includendoli e responsabilizzandoli nel cercare insieme delle regole che non li facessero sentire ulteriormente disorientati. Il compito del genitore è quello di essere più saggio dei propri figli: questo vuol dire da un lato capire e sostenere i loro bisogni evolutivi e dall’altro proteggere e educare i ragazzi, creando un clima di confronto empatico ma anche stabilendo alcune norme chiare e coerenti. 

A fronte delle difficoltà, delle perdite che il cambiamento del lockdown ha comportato, va ricordato quanto siano importanti le competenze con le nuove tecnologie dei ‘nativi digitali’. È il momento di valorizzarle al meglio, ricordandoci che mantenere i contatti con gli altri è fonte di benessere. Così i ragazzi sono rimasti connessi per ore per raccontare sé stessi agli amici, per immaginare insieme, per capire se anche gli altri avevano paura, per allargare i margini della confidenza, per sentire gli altri per ritrovare sé stessi. Alcuni genitori però non riuscivano a darsi pace: “troppe ore con lo smartphone!”.
A questo riguardo va ricordato che il problema non è quello del “tempo” passato al cellulare ma dell’“uso” che ne vien fatto. Da temere non è il troppo tempo passato in internet, in chat, in video, guardando un film o una serie tv. Il pericolo vero è la perdita di sé, la chiusura in sé stessi, ammorbati dalla noia e senza relazioni. Il problema è da porsi quando l’uso delle tecnologie sostituisce le attività della vita quotidiana come mangiare, lavarsi, svolgere compiti scolastici. Quando si compromettono queste attività, l’uso delle chat, dei video, dei games e delle serie tv è disfunzionale e diviene sintomo, segnale di un malessere di cui iniziare a preoccuparsi. Intervenire non è facile, è cosa delicata aiutare i ragazzi a darsi dei tempi e si deve prestare attenzione a non andare in opposizione con imposizioni che rischiano di trasformare la vita domestica in guerriglia.

Tutti a casa ma ognuno con la propria privacy

In quarantena tanti aspetti della gestione della vita familiare devono necessariamente subire dei cambiamenti. I genitori non devono arrabbiarsi se i figli passano molto tempo nella loro stanza, si deve piuttosto far capire ai figli che si stanno facendo degli sforzi per rispettare i loro spazi: se così non è, aspetteranno le ore notturne per poter parlare in totale libertà con i loro amici.
È un problema serio per i ragazzi, anche nei colloqui che intrattengo settimanalmente con i ragazzi chiusi nelle loro case, quello di essere ascoltati da qualche famigliare: costituisce il limite per poter parlare di sé con libertà. È importante che i genitori garantiscano i momenti in cui i ragazzi fanno le videochiamate con gli amici e le fidanzate/i, così da dare loro la certezza che non vogliono sentire le loro conversazioni. Altrettanto essenziale è non fare troppe domande così da non dare l’impressione di essere curiosi delle loro conversazioni. Domande che gli impongono di dar risposte non vere. Se si crea uno spazio in cui c’è il rispetto della privacy, abbasseranno la guardia e saranno anche più propensi a rispettare gli spazi degli altri, perché tutti ne hanno bisogno.

Rimanere in ascolto delle loro emozioni

Per noi adulti è semplicemente solo una festa di compleanno quella che il lockdown impedisce, ma per un adolescente, che aspettava da mesi quel momento che non avverrà, non è un’occasione tra le altre che è andata persa. Quella festa per il diciottesimo del miglior amico, pensata a lungo in ogni dettaglio, è un momento che non potrà più essere recuperato.
Sono davvero tante le attività che caratterizzano la vita dei ragazzi che vengono attese a lungo e con trepidazione: le prime gite scolastiche in un’altra regione o all’estero, le attività extracurriculari, i pranzi con i compagni dopo scuola, le prime sere in cui si può uscire e poi restare a dormire dagli amici, i primi baci… Tutte situazioni desiderate che sono state cancellate in questi giorni.
Gli adolescenti sono fisiologicamente portati a vivere intensamente le emozioni e, in queste giornate, la noia, la frustrazione, la tristezza, la solitudine e l’ansia si sono fatte sentire più intensamente e non è stato facile arginarle. Ciò ha una enorme ripercussione sul loro umore e gli adulti devono dare loro il giusto spazio, offrire il loro ascolto e cercare di creare un clima di confronto e condivisione di quelle emozioni negative.
Nei loro racconti compare frequentemente l’espressione “non mi ascoltano… non mi capiscono…”. L’adulto deve porre attenzione a non sminuire o evitare le loro emozioni, i loro stati d’animo e le loro reazioni anche se appaiono eccessive. Si deve accogliere quello che stanno provando senza manifestare giudizi, senza dimostrare accordo o meno. Limitarsi semplicemente ad ascoltare riconoscendo verbalmente il loro dolore e imparare a rinforzare positivamente quanto sentito, dimostrandogli di aver ascoltato il racconto, di averlo capito, senza giudicarlo nei contenuti o nella sua espressione. Tutto ciò ha un impatto positivo sui rapporti perché riduce l’intensità dei conflitti e delle emozioni negative.
È importante che i ragazzi capiscano che possono parlare con i propri genitori. Gli adulti devono trovare le parole giuste per dire in modo chiaro la loro disponibilità a comprendere: “vedo che sei in difficoltà”, “se vuoi possiamo parlarne, aiutami a capire”, “è normale provare queste emozioni, vedremo insieme come possiamo fare”.
Non c’è poi da stupirsi o da rimanerci male se preferiscono altre persone con cui raccontarsi: è una regola del gioco dell’adolescenza: non possono sentirsi ancora i bambini di casa.

Quando si tornerà alla normalità.

Ascoltando i ragazzi in queste settimane mi sono trovato davanti a reazioni molto differenti: c’è chi ha continuato con tranquillità e responsabilità, chi si è spaventato, chi si è sentito imprigionato chi si è reso meno reattivo e chi si è passivamente rassegnato. Una ricerca, riportata da “Il Messaggero” del 28 aprile 2020, promossa da un’associazione di psicologi che ha raccolto le segnalazioni di ragazzi dai 12 ai 19 anni, rivela che 1 su 3 degli adolescenti presenta più di un sintomo depressivo a causa del lockdown e che di questi il 68% sono ragazze.
Diventare meno propositivi e rischiare un abbassamento del tono dell’umore, può essere un disinvestimento temporaneo, in un primo tempo anche funzionale all’adattamento alla nuova situazione. Ma se si protrae anche al dopo emergenza, sicuramente sarebbe meglio discuterlo con un esperto.
Ora dopo molte settimane di permanenza in casa, la vita si è reimpostata, si è rotta una routine e ora, al momento della graduale ripresa, è necessario affrontare nuovi cambiamenti che possono generare ansia e angoscia.
C’è il rischio che la situazione si cronicizzi, che si mantengano relazioni solo virtuali, e che si faccia fatica a riattivarsi e a riprendere in mano le redini della propria vita, soprattutto se, già prima del lockdown, non si aveva una certa stabilità in termini emotivi, relazionali o di tenuta negli impegni.
Gli adolescenti si sono molto responsabilizzati nella fase di massima emergenza, hanno svolto i loro compiti con serietà, sono stati fermi e in famiglia. Ma dentro di loro cosa è accaduto, oltre a quanto appare con evidenza?
L’adolescente ha tra i suoi compiti evolutivi quello di affrontare il tema della morte, intesa come limite, da temere per le perdite che genera o da sfidare per potersi sentire invincibili. Ora dopo quanto è accaduto alla nostra società, il pensiero del morire ha assunto tratti di realtà che renderà i ragazzi attenti quando la vita sociale riprenderà, ma allo stesso tempo il rischio è che si sentano limitati, finiti e, per alcuni, “così fragili da continuare ad avere paura”.

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Il ritiro Sociale

Hikikomori è il termine coniato in Giappone per definire un fenomeno emerso negli anni Settanta in quel paese prima che in altri e significa “stare in disparte, isolarsi”. Un sondaggio del 2016 del governo giapponese riporta un numero di hikikomori pari a 541.000 persone, di età tra i 15 e i 39 anni, ma il dato sembra largamente sottostimato. In Italia per indicare il medesimo fenomeno è più in uso il termine “ritiro sociale”: una forma di isolamento sociale diventata patologica che nel nostro paese coinvolge circa 120.000 adolescenti.

Il ritiro Sociale

Mauro Pasqua

Un fenomeno in crescita

Photo by Soragrit Wongsa on Unsplash

Definizione e alcuni dati

 

Hikikomori è il termine coniato in Giappone per definire un fenomeno emerso negli anni settanta in quel paese prima che in altri e significa “stare in disparte, isolarsi”. Un sondaggio del 2016 del governo giapponese riporta un numero di hikikomori pari a 541.000 persone, di età tra i 15 e i 39 anni, ma il dato sembra largamente sottostimato. In Italia per indicare il medesimo fenomeno è più in uso il termine “ritiro sociale”: una forma di isolamento sociale diventata patologica che nel nostro paese coinvolge circa 120.000 adolescenti che trascorrono su internet oltre 12 ore al giorno, mostrando sintomi importanti quali:

  • alti livelli d’ansia,
  • la perdita della concezione del tempo e un importante cambiamento dei ritmi circadiani,
  • il tentativo di annientare sé stessi con una reclusione sociale sempre maggiore,
  • la consapevolezza di dover abbandonare il proprio isolamento senza riuscirvi.

A ciò si accompagna l’allarme per ore di sonno perse, difficoltà nello studio con crescente distrazione nell’apprendimento, disattenzione generica nella vita di tutti i giorni e problemi della vista. Questi i principali risultati emersi dalle ricerche della Società Italiana di Pediatria (SIP), presentati a Bologna nell’ambito del congresso nazionale 2019, riguardanti i preadolescenti e gli adolescenti nella fascia d’età tra gli 11 e i 17 anni.

Si sostiene che il fenomeno in Italia sia in crescita per la presenza di alcune condizioni simili a quelle riscontrabili in Giappone: eccessiva protezione della famiglia, narcisismo, relazione madre-figlio molto stretta e stato di incertezza delle condizioni sociali che disorientano chi è emotivamente più esposto.

L’inizio del ritiro sociale ha il suo esordio tra l’ultimo anno delle scuole medie e i primi due anni delle superiori e tendenzialmente riguarda maggiormente il genere maschile, anche se il numero delle ragazze è in continua crescita. Sono ragazzi con un passato scolastico brillante, intelligenti, con tendenza all’introversione, che impattano malamente con gli sviluppi della crescita corporea adolescenziale e con i compiti evolutivi dell’età, perdendo i punti di riferimento che li hanno sempre sostenuti. La percezione della propria inadeguatezza, lo sperimentarne la vergogna per la propria bruttezza non solo fisica, ma totale, il terrore per l’insuccesso sociale e per la non popolarità presso i coetanei portano a pensare che l’unica via di uscita sia il suicidio sociale, che inizia con la morte del sé-studente, nella speranza che ci si dimentichi presto di lui (cfr. Pietropolli Charmet G., La paura di essere brutti, ed Cortina, 2013).

Dal punto di vista psichiatrico, c’è stato un ampio dibattito sulla dipendenza da videogiochi. La video gaming addiction, è diventata una realtà anche in Italia: secondo la ricerca Espad 2018, sono 270.000 i ragazzi che nei confronti di internet hanno un comportamento «a rischio dipendenza». Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il DSM-5, non ha classificato questo comportamento come nuova forma di dipendenza, ma l’ha collocato fra le aree che meritano attenzione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’OMS, invece, ha inserito la dipendenza da gioco digitale, Gaming Disorder, nell’International classification of diseases (ICD11), spiegando che si tratta di un modello di comportamento di gioco persistente o ricorrente (gioco digitale o videogame), che può essere online su Internet o offline e che prende il sopravvento sugli altri interessi della vita. Oltre a ciò, il fenomeno è caratterizzato da perdita di controllo sul gioco per quanto riguarda la frequenza, l’intensità, la durata e di conseguenza la capacità dell’individuo di interromperlo evitandone l’escalation.  Per la prima volta una parte della comunità scientifica ha classificato questa come una forma di dipendenza patologica.

Anche l’utilizzo compulsivo dello smartphone configura il rischio di una dipendenza, spesso poco riconoscibile per la difficoltà a distinguerla dalla semplice abitudine. Attualmente pochi Paesi classificano la dipendenza da internet e quella da smartphone come vere patologie. I tratti riconoscibili individuati finora indicano ansia e irritabilità dopo un periodo di astinenza, tentativi falliti di spegnere il telefonino e compromissione delle relazioni sociali. La dipendenza è associata a sbalzi d’umore, isolamento, perdita del controllo, ansia, astenia e depressione. Internet spesso rappresenta un rifugio soprattutto per i soggetti più timidi e con difficoltà a instaurare relazioni: evidenze scientifiche hanno confermato che la dipendenza dagli smartphone può essere causata soprattutto da noia e solitudine.

Comportamento a rischio dei ragazzi di oggi

 

L’industria dei videogiochi riscuote successo ed è uno dei settori più in crescita in termini di fatturato e occupazione. L’industria dei videogame, negli Stati Uniti, oggi realizza un fatturato oltre ogni aspettativa, maggiore di quello del cinema e della musica. Ma perché i ragazzi non si limitano all’uso, ma piuttosto ne abusano?

Tutti i ragazzi sono attratti dalle nuove tecnologie, ma alcuni di loro, di fronte alle difficoltà evolutive della crescita, proprio nel periodo in cui dovrebbero nascere socialmente, si “ritirano”, prima dalla scuola e poi dalla società, magari dopo un episodio di bullismo o di cyber-bullismo, o in seguito ad una frase di qualche coetaneo difficile da accettare; si chiudono in casa, perché si percepiscono come brutti, non presentabili. L’episodio precipitante determina il crollo dell’ideale che questi ragazzi si erano posti. È un fenomeno che interessa soprattutto i maschi, che usano la sparizione per risolvere i loro problemi: è come se si suicidassero socialmente, sviluppando quasi una fobia verso la scuola e i rapporti con i compagni. Alcuni di loro a quel punto instaurano una relazione intensissima con Internet e i suoi giochi. Le ragazze, diversamente, procedono con un attacco al corpo più diretto, nelle diverse forme dell’autolesionismo.

Altra forma che ha a che fare con l’uso della tecnologia da parte dei ragazzi è l’assunzione di comportamenti a rischio in adolescenza: è un fenomeno adolescenziale che esiste dalla notte dei tempi, la percezione è però che questi comportamenti siano in aumento perché di recente ci sono stati alcuni eventi clamorosi e ravvicinati.

In adolescenza da sempre c’è la propensione a guardare in faccia la morte, ma non si tratta di senso di onnipotenza o di stupidità. Finita la vera epoca dell’onnipotenza, che è l’infanzia, l’adolescente entra in contatto con le verità anche depressive della vita: il suo corpo è mortale. Una volta c’erano le corse folli in motorino, i film dell’orrore, per quel brivido che dà costringersi a fare cose paurose. Questa ricerca della paura è un tentativo, anche inconsapevole, di avere un controllo attivo sulla morte.

Anche per i ragazzi di oggi il confronto con la morte esiste, ma per chi ha grosse difficoltà evolutive si fa strada la tentazione di gesti forti, di grandi azioni, dal selfie estremo, al blackout, alla balena blu. Sono ragazzi più vulnerabili di altri che si sentono bloccati, privi di prospettive future e alla ricerca disperata di popolarità.

La necessità di mettersi alla prova è una delle motivazioni scatenanti per comportamenti rischiosi, come quelli dei due ragazzi che hanno perso la vita nel settembre 2018 a Milano, uno precipitato da un tetto mentre si faceva un selfie, l’altro morto per soffocamento mentre eseguiva un tentativo di “black-out”.   Ciò che accomuna i due eventi è il fatto che le sfide cui i ragazzi si sottoponevano avevano come teatro i social network.

La ricerca di popolarità e di successo da parte di questi ragazzi si inquadra in una società nella quale anche gli adulti ripongono sempre più importanza nell’esserci, nell’apparire, nel farsi selfie e avere riscontri positivi. Il problema degli adolescenti non è la trasgressione, non fanno ciò che fanno per disubbidire, ma per tollerare quote di delusione e per combattere la noia. Sono la generazione dei figli unici, con l’imperativo di avere tanti amici, di essere popolari fin dalla più tenera età. I bambini vengono socializzati sempre prima, gli si vieta la solitudine, e quando diventano adolescenti non si sentono mai abbastanza adeguati e conformi all’ideale che sentono di dover realizzare (Lancini M., Il ritiro sociale negli adolescenti, ed. Cortina, 2019).

La Città di Smeraldo è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale.

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Mai abbastanza popolari e belli

L’adolescenza è sempre stata un’età della vita in cui la spinta alla crescita è promossa in modo spontaneo e generata da processi che naturalmente si mettono in atto. Questa spinta trova poi nel contesto sociale e culturale in cui si cresce elementi favorevoli allo sviluppo o, in altri momenti e per altri aspetti, condizioni che non implementano o addirittura impediscono i passaggi obbligati di una crescita che apra all’età giovanile e adulta.

Mai abbastanza popolari e belli

Mauro Pasqua

Gli adolescenti oggi e l'ascolto del loro disagio.

Image by Anemone123 from Pixabay

L’adolescenza è sempre stata un’età della vita in cui la spinta alla crescita è promossa in modo spontaneo e generata da processi che naturalmente si mettono in atto. Questa spinta trova poi nel contesto sociale e culturale in cui si cresce elementi favorevoli allo sviluppo o, in altri momenti e per altri aspetti, condizioni che non implementano o addirittura impediscono i passaggi obbligati di una crescita che apra all’età giovanile e adulta.

Complessivamente la gran parte degli adolescenti raggiunge e gode, come è sempre stato, di un buono stato di benessere che permette loro di avere risorse sufficienti per superare momenti di difficoltà e di fare della propria vita un’esperienza positiva nel modo della scuola, in famiglia, nelle relazioni con i coetanei.
La nostra attenzione qui si concentra però su quella  percentuale di adolescenti che incappano in difficoltà e blocchi di crescita. Esistono adolescenti che provano dolore per se stessi, generato da una rappresentazione di sé che fa sentire non adeguati. Un malessere tenuto segreto ma che, col passar del tempo, si cronicizza e si manifesta in forme che divengono patologiche.  

Le nuove forme di sofferenza sono connesse al cambiamento del contesto sociale che ha visto il passaggio da una società definita edipica, fondata sulla colpa, su modelli educativi che comprendevano punizioni e ruoli ben definiti di autorità e di potere, ad una cultura del narcisismo, in cui il riferimento è solo a sé, ad ideali di bellezza e successo, in cui il corpo è esposto ed esibito. Tutto ciò si riflette in modo significativo sull’adolescenza, non solo per gli aspetti educativi, ma soprattutto perché in quest’età uno dei compiti evolutivi è la mentalizzazione del corpo, lo sforzo di intuire ed accettare le trasformazioni e i cambiamenti fisici impellenti che si presentano e vanno pensati come definitivamente propri.

Per quei ragazzi che iniziano a pensarsi come non degni di attenzione, con un corpo sentito come impresentabile, senza fascino e carisma, si apre un tempo dominato da quell’emozione segreta, che pervade tutti i momenti di incontro con l’altro, che è la vergogna, e il dolore che ne consegue, per un corpo sentito come offensivo. Stretto correlato di ciò è la difficoltà a pensarsi capaci di affrontare la competizione con i coetanei per la propria virilità o femminilità, con la messa in gioco di strategie seduttive e di collaudi della propria corporeità sessuata. I timori e le angosce per non sentirsi abbastanza riconosciuti spingono a sottrarsi alla vergogna e al dolore con forme che cercano di manipolare il corpo o addirittura di farlo sparire.

È impellente per i ragazzi che vivono tali situazioni trovare soluzioni al dolore, mitigarlo in qualche modo per sentire che si sta meglio. Ciò è tipico delle ragazze che smagriscono il proprio corpo fino a limiti insostenibili, o di chi lo manipola o lo tagliuzza per spegnere il dolore mentale attraverso una rapida e immediata dose di dolore fisico, o, ancora, di chi medita su soluzioni definitive, che tolgano di mezzo il corpo per continuare ad esistere solo nella memoria degli altri: una soluzione vendicativa per chi ha fatto loro del  male o di eterno affetto per chi gli ha voluto bene.

Una nuova soluzione negli ultimi anni viene scelta da schiere sempre più numerose di adolescenti e ha trovato efficaci strumenti nelle nuove tecnologie. È la soluzione di quei ragazzi che spariscono progressivamente prima dalla scuola, con giornate perse per malesseri fisici, e poi via via per impossibilità a riprendere le tappe previste dal percorso didattico. Sono quegli adolescenti, prevalentemente maschi, che per star bene decidono di ritirarsi da tutto: scuola, amici e perfino dalla famiglia. Sono gli adolescenti, ma a volte anche giovani adulti, che sono stati definiti “hikikomori” dai media, una parola giapponese, luogo di origine di questo fenomeno, che significa nascondersi, ritirarsi. Nei termini più propri della psicologia attuale il temine usato è ritirati sociali, per la loro modalità di sottrarre il corpo alle relazioni concrete della vita, limitandosi a contati e relazioni virtuali. In questo modo trascorrono i loro giorni e soprattutto le loro notti, momento in cui, liberi dalla presenza anche dei famigliari, entrano in contatto tramite web con altri che vivono nelle più disparate parti del mondo.

La valutazione attenta di questo fenomeno ci suggerisce che la rete sia una difesa, un sostituto, una protezione per il ritirato sociale: è un modo per continuare a sentirsi qualcuno per qualcun altro, che non ti disprezza, di fronte al quale puoi sentirti sicuro perché si rimane dietro uno schermo dove il corpo non si vede e anche la vergogna quindi sparisce. Internet è il luogo dove questi ragazzi si sentono importanti, un luogo di potere, con le sue promesse di conquista di denaro facile o di fama. Lì si trovano spettatori, lì c’è riconoscimento e trionfo nei giochi di ruolo o nelle battaglie degli ‘sparatutto’, dove si ritrova finalmente la prova virtuale della propria virilità o, in scambi fotografici e lunghe confidenze, la conferma della propria seduttività femminile.

Chi ritiene di aver un corpo inaccettabile, da buttare, in questo modo trova uno spazio relazionale che protegge dall’ideazione suicidale o dal crollo psichico. Le nuove tecnologie non sono quindi una realtà che va demonizzata perché sequestra i ragazzi; non sono la causa del ritiro ma la conseguenza. Causa effettiva è essere traumatizzati dal potere della bellezza e del successo dei coetanei, è la paura di essere impresentabili indipendentemente dalle proprie qualità e da quello che si sa fare.

Un nuovo dispositivo: “La Città di Smeraldo”

Trovandosi a ragionare su questi aspetti e problematiche degli adolescenti di oggi, che vivono forme di disagio nuove e non facilmente comprensibili per le loro famiglie, è nata l’idea di offrire un luogo dove potersi incontrare per intercettare il loro dolore e rimettere in moto il loro percorso di crescita. Nasce così “La città di Smeraldo”, una associazione nuova sul territorio, voluta e sostenuta dai Lions club Host di Saronno con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Saronno. L’idea è di costituire un dispositivo, dove i ragazzi, con i loro genitori possano incontrare un gruppo di psicologi e psicoterapeuti, che si occupano di problemi legati alla crescita e all’adolescenza, coadiuvati da figure educative che intervengano poi con i ragazzi favorendo attività creative e di socializzazione.

Costituire un dispositivo, quale un consultorio per adolescenti e le loro famiglie, significa innanzi tutto porre l’attenzione e sensibilizzare su un problema che altrimenti non troverebbe sufficiente visibilità. Oltre a ciò, significa creare un luogo concreto dove poter trovare un aiuto, un posto dove tutti possano rivolgersi per affrontare in modo il più possibile efficace un problema. Sapere che esiste la possibilità di chiedere aiuto fa sentire meno soli.

È fondamentale, quando si tratta di adolescenti, la presa incarico di tutto il contesto famigliare, non solo del figlio quindi ma anche del padre e della madre, che ben conoscono il soggetto e che stanno lavorando per la sua crescita. Nella “stanza delle parole”, con l’aiuto di professionisti dell’adolescenza, anche il padre e la madre porteranno le loro angosce e il loro dolore che deve trovare il modo di tramutarsi in risorse per il figlio. Capire cosa pensano i genitori di quello che sta accadendo e quanto incide nel malessere del figlio, sarà momento essenziale quanto comprendere cosa pensa quel figlio di quel padre e di quella madre, per poter dare un senso a fantasie e angosce reciproche. Sarà essenziale aiutare i genitori ad evitare agiti inutili se non dannosi, quali sabotare gli strumenti tecnologici: non serve e si corre il rischio di riportare alle difficoltà iniziali. Altra soluzione è invece riformulare il rapporto che loro stessi come genitori hanno con la rete; generalmente sanno che il figlio passa la notte su internet ma non sanno cosa fa, chi incontra, quale è la sua identità su internet, quale è il suo avatar, se ascolta musica o guarda un film, se ha un profilo social, quali giochi lo appassionano. Stare con il figlio all’interno della rete è più importante di limitarsi a dettare regole e orari. Coinvolgere i genitori è utile per favorire una ripresa del loro ruolo affettivo come madre e padre, per un modo diverso e nuovo di leggere le situazioni, di sentire e di essere.

La stanza delle parole sarà poi il luogo dove i ragazzi, delusi e arrabbiati con sé, porteranno le loro narrazioni. Il cambiamento passa attraverso la narrazione di se stessi e questo diviene un’esperienza soggettiva, in tempo reale, con qualcuno di concreto. Per riuscire a pensare i propri pensieri, sentire e vivere le emozioni, bisogna prima iniziare a narrarle, a raccontarsi. Lì si generano discorsi che costituiranno un punto di riferimento nelle relazioni successive e quotidiane. La prospettiva evolutiva che fa da riferimento, permette di individuare e condividere le tappe di una crescita interrotta, che è stata abbandonata da tempo, da anni, insieme alla scuola e al gruppo degli amici. Obiettivo non è però riscrivere il passato ma organizzare il futuro e aprire il presente a nuove vie di uscita.

I ragazzi devono trovare un luogo in cui elaborare il lutto per il Sé ferito, che considera il proprio corpo non come utile e fatto per il piacere, ma come inaccettabile e da maltrattare. Si deve recuperare un pensiero sul proprio corpo come complementare a sé, ai propri sogni e desideri. Trovare il coraggio per riprendere i legami con gli altri, che non saranno più i vecchi compagni di scuola, ma un gruppo che permette di realizzare se stessi ed essere riconosciuti con le proprie qualità. Sentire che la propria fatica di crescere ha valore, ha valore il dolore, le paure, la noia, la disperazione.

Accanto alla stanza delle parole, un’altra stanza, un laboratorio, sarà il luogo dove si passa “dal dire al fare”. È un momento di grande delicatezza quando l’anoressica abbandona il proprio digiuno ascetico, o quando i ragazzi che avevano maltrattato il corpo per mesi o anni fino quasi ad ammazzarlo perché non era sufficientemente gradevole da poter far parte del proprio sé decidono di deporre le “armi”, oppure quando i ritirati sociali iniziano a lasciare l’eremitaggio domestico della loro cameretta e di ricomparire da dietro al computer dove si erano rifugiati. Quando questo momento si verifica ci vuole qualcuno di competente, figure educative che hanno capito bene quello che sta accadendo, che creino dei momenti in cui la socializzazione può ripartire.

Con la sensibilità dovuta bisognerà creare dei piccoli gruppi di incontro in cui si fa qualcosa assieme, dove si rimette in gioco il corpo e si tollera il contatto con lo sguardo dell’altro fuori dalla realtà virtuale. E’ il momento di allestire dei piccoli atelier di teatro, danza, pittura, scrittura creativa, dove il sé possa esprimersi e mettersi nuovamente alla prova. “La città di Smeraldo”, come già nel libro da cui l’associazione trae il nome, vuole essere il luogo concreto dove si riprende a crescere, dove si rielaborano le esperienze che permettono una presa di coscienza piena di sé, dove si riorganizza la speranza nel futuro di ragazzi che proprio questo percorso di crescita e di realizzazione di sé  avevano interrotto.

La Città di Smeraldo è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale.

Indirizzo: via Petrarca, 1 angolo via Piave, 21047 Saronno (VA)

Posta certificata: posta@pec.lacittadismeraldo.it

Codice fiscale: 94029730127

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