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“Figli delle app”, nativi digitali.

Giovanni Marangio

Invito alla lettura

Photo by Daria Nepriakhina on Unsplash

Figli delle app[1], il bel libro pubblicato recentemente da Francesco Pira, sociologo e professore all’università di Catania, ci aiuta a comprendere la vita social ed al tempo stesso la solitudine dei cosiddetti nativi digitali, facendo luce sulle trasformazioni che la rivoluzione tecnologica sta apportando nei modelli comunicativi e comportamentali dell’odierna generazione di preadolescenti e adolescenti. Il perché del titolo lo spiega l’autore stesso nelle prime pagine del volume: “Figli delle app è il provocatorio titolo che ho scelto, da immigrato digitale e adolescente, quando Alan Sorrenti cantava: Noi siamo figli delle stelle/ Non ci fermeremo mai per niente al mondo/ Per sempre figli delle stelle/ Senza storia senza età, eroi di un sogno. Non sono sicuro che essere figli delle app sia “essere eroi di un sogno”, purtroppo concordo con il pensiero del grande sociologo Zygmunt Bauman che il consumismo tecnologico rischia di trasformarci in individui senza storia e identità” (pag. 19).

Tracciando l’evoluzione degli strumenti del comunicare a partire dall’avvento della televisione, Francesco Pira descrive il processo di mediatizzazione che ha caratterizzato la nostra società e come questo influenzi la nostra vita sociale. Rifacendosi anche a McLuhan, l’autore evidenzia la preminenza attribuita nella nostra cultura all’immagine come fonte di sapere, con una conseguente atrofizzazione delle capacità di astrazione e comprensione a vantaggio di una conoscenza di tipo più reattivo ed emozionale. È un processo di trasformazione dell’homo sapiens in homo videns, che si rafforza nel tempo grazie ai progressi della tecnologia: “Gran parte della storia contemporanea ruota intorno alla video-rappresentazione; quella “scatola” presente nelle case di ogni abitante della terra ha guidato la nostra conoscenza del mondo e degli altri, si è trasformata, si è moltiplicata, è diventata multipiattaforma, si è ricombinata ed è entrata in tutti gli altri strumenti tecnologici. Sì, perché il video, la visione, l’immagine è diventata il centro delle nostre esistenze” (pag. 87).

Si tratta di cambiamenti che investono non solo le nostre modalità di conoscenza del mondo, ma anche e profondamente la nostra vita sociale. Grazie agli sviluppi della tecnologia degli ultimi decenni, per molti il gioco si trasforma in videogioco, la comparsa dei telefonini facilita la sostituzione della comunicazione in presenza con quella a distanza e favorisce le prime tendenze all’isolamento sociale. La trasformazione dei telefoni cellulari in smart phone, la diffusione di app come Facebook, generano profondi cambiamenti nel modo in cui si svolge la vita sociale: tutti sono connessi, i “social media” si diffondono e ci offrono degli universi sociali, fatti di connessioni più che di relazioni, in cui rappresentare noi stessi secondo modalità strutturate, una sorta di vetrina in cui proiettare la nostra persona sociale. Le app, a portata di mano e in un’ottica “soluzionista”, offrono strumenti per risolvere un insieme apparentemente infinito di problemi e situazioni (di lavoro, di studio, di carattere sentimentale, ecc.). Tra queste, ci fa notare l’autore, WhatsApp, con la sua messaggistica istantanea, rappresenta una rivoluzione nel modo di comunicare, offrendo la possibilità di usare indifferentemente messaggi testuali, verbali, immagini e video. Un aspetto di questa rivoluzione è l’importanza che ha assunto la comunicazione “pittografica”, fatta di faccette che sorridono e di un intero repertorio di icone, in una sorta di riavvicinamento collettivo ai tempi in cui l’umanità non aveva ancora sviluppato i sistemi di scrittura. Il rischio è quello di una inconsapevole semplificazione dei processi comunicativi effettuata attraverso l’uso di una “pittografia guidata”, cioè di pittogrammi che non creiamo liberamente per esprimere i nostri sentimenti, come facevano i nostri antenati, ma che riceviamo già confezionati dagli autori che operano per le aziende che sviluppano e gestiscono le diverse app.

È in questo ambiente profondamente digitalizzato che i giovani crescono ed è quindi importante comprendere come tale ambiente influenzi lo sviluppo delle loro personalità e la costruzione della loro identità.

In questa prospettiva alcuni fenomeni destano preoccupazione. “La contrapposizione tra semplicità d’uso delle tecnologie e complessità del mondo sta generando una società individualista, poco incline al confronto, dove, per riprendere la tesi di Bauman, gli individui credono di essere connessi con il mondo ma vivono in una confortevole solitudine” (pag. 65). Il fenomeno del confirmation bias, ovvero la conferma ed il rafforzamento delle proprie credenze ed opinioni determinato dal modo in cui app e motori di ricerca filtrano le informazioni che riceviamo attraverso internet, contribuisce ad approfondire l’isolamento culturale, se non addirittura sociale, degli individui. I ragazzi, esposti a questo tipo di influenza sin da molto piccoli, finiscono spesso con il considerare il mondo mediato dalle app più reale della realtà stessa. I gruppi virtuali si aggregano in genere sulla base di ciò che piace ai “like-minded people”, selezionati attraverso la sequenza like-share-comment. Ciò aumenta l’esposizione selettiva agli stessi contenuti e quindi la polarizzazione dei gruppi e la chiusura verso opinioni ed orizzonti differenti. Si viene insomma a determinare una struttura relazionale del consenso ed una alterazione dei meccanismi che governano ciò che retiniamo plausibile o implausibile.

D’altra parte, un fenomeno importante indotto dalla centralità dell’immagine e dal diffondersi dei nuovi codici comunicativi nella nostra cultura è la prevalenza dell’immediatezza, dell’apprendimento e dell’informazione basati su di una rappresentazione mediatica emotiva e semplificata della realtà. Ciò induce a velocizzare molti processi decisionali: si tende ad agire o a giudicare prima di conoscere, sulla base della percezione piuttosto che della comprensione razionale.

È un fenomeno che riguarda più o meno tutti, ma i nativi digitali vi sono più esposti. Un ruolo importante è giocato dagli influencer non solo nel plasmare le opinioni di molti di loro, ma anche nel determinarne i comportamenti di acquisto di beni e servizi, in ciò fungendo da strumenti di strategie di marketing industriale nell’ambito della nostra società consumistica.

Ritornando ai processi di formazione e di crescita dei nativi digitali, i social media da loro frequentati (per esempio Instagram) creano un universo sociale in cui l’identità rappresentata tende ad essere separata da quella privata, in un processo di vetrinizzazione del proprio sé volto ad ottenere successo e commenti positivi, spesso in imitazione di modelli competitivi ed iper-performanti. L’identità rappresentata è scientemente studiata per proiettare un’immagine attraente, “popolare”, in un’ottica di reattività emotiva ed istantanea che necessita di essere continuamente alimentata con nuovi post per resistere nel tempo, tanto più se si considera che le “stories” pubblicate sul social di solito rimangono visibili per un tempo limitato, in un contesto di progettata provvisorietà.

La pressione sociale dei coetanei, il bisogno di farsi notare e di piacere da una parte, dall’altra il predominio dell’io, una certa anarchia comunicativa, la sensazione che tutto sia permesso, conducono sovente a comportamenti dannosi per sé (è quanto è successo ad alcuni ragazzi che hanno partecipato a pericolosi giochi di “challenge” promossi in rete) o per gli altri.  In quest’ultimo caso si parla di comportamenti manipolatori o di nuove devianze come il cyberbullismo, il body shaming, lo slut shaming (“svergognare la sgualdrina”), il revenge porn, che tendono ad essere accettati attraverso meccanismi di moral disengagement (“disimpegno morale”). È interessante notare che a questo proposito Francesco Pira fa riferimento esplicito ai concetti introdotti da Albert Bandura[2] ed altri nel 1996. Si tratta, in estrema sintesi, di meccanismi di pensiero attraverso cui coloro che perpetrano azioni riprovevoli cercano di sminuirne la responsabilità morale. Esempi ne sono le definizioni eufemistiche di quanto è stato commesso, o i tentativi di diffondere la responsabilità sul maggior numero possibile di persone (se qualcosa è fatto da tutti nessuno è responsabile, oppure se qualcosa è stato commesso in gruppo, sono gli altri i maggiormente responsabili). Un altro procedimento di autogiustificazione consiste nell’attribuzione della responsabilità alla vittima stessa (per esempio perché “ha provocato”). Si noti che questi meccanismi sono gli stessi che tradizionalmente sono stati adottati per mascherare le responsabilità di chi ha commesso stupri o altri crimini anche su vasta scala.

Di fronte ai problemi posti da questa situazione, l’autore di Figli delle app non assume una posizione di chiusura verso le nuove tecnologie. Il suo libro, del resto, non è dedicato solo alle vittime delle nuove devianze, ma anche “a coloro che usano le nuove tecnologie per trasmettere al mondo messaggi positivi e condividere conoscenza”. In questa prospettiva è necessario creare nuovi modelli di governance del mondo digitale finalizzati alla riduzione delle disuguaglianze nell’accesso alle risorse digitali stesse, incrementare la “digital literacy”, l’alfabetizzazione ma anche la competenza critica in ambito digitale, per garantire soprattutto ai giovani una migliore trasparenza dei flussi di informazioni, promuovendo anche attraverso le istituzioni educative lo sviluppo di una cultura partecipativa, in grado di attivare la capacità di confrontarsi, di mettere in comune le conoscenze, capacità indispensabile per orientarsi tra tutto ciò che circola in rete, ivi comprese le fake news. È importante inoltre consentire ai ragazzi di sviluppare valori e norme etiche per muoversi con responsabilità nel mondo sociale tecnologizzato[3].

Il volume di Pira è anche l’occasione colta dall’autore per presentare i risultati di un’inchiesta svolta nel mese di aprile 2020 su di un campione di ragazzi e ragazze attraverso la compilazione online di un questionario.  Si tratta di risultati molti interessanti che gettano luce sul rapporto degli adolescenti con la tecnologia digitale, la didattica a distanza, i social durante il periodo della pandemia di COVID-19.

Tra i molti dati esposti, mi limiterò a citarne un paio.

Durante il periodo di didattica a distanza e di lock down la maggioranza dei ragazzi che hanno risposto al questionario dichiara di aver provato sensazioni di forte isolamento, paura e scoraggiamento, un segnale questo che la connessione (che in questo periodo, come rileva la stessa inchiesta, è giunta ad occupare tempi ancora più lunghi durante la giornata) non sostituisce i benefici della relazione vissuta in libertà, termine che i giovani utilizzano in relazione alla possibilità di uscire di casa ed incontrare gli amici. Il disagio risulta inoltre aumentato dalla promiscuità forzata che lo smart working ha determinato presso molte famiglie, specialmente tra coloro le cui abitazioni non dispongono di spazi sufficientemente ampi.

Se è ormai pacifico che il 99% dei ragazzi abbia un profilo social, è interessante che dalle risposte al questionario emerge che una quota non trascurabile tra loro utilizza un profilo falso.  Pur tenendo in considerazione il fatto che per gli adolescenti l’attività in rete fa parte di un processo di apprendimento e di partecipazione sperimentale alla vita pubblica, è questo un dato su cui riflettere. “Alla luce di quanto sopra esposto, si può affermare che gli adolescenti sono un “prodotto” di quest’era della disinformazione: vittime del sistema delle fake news, ne diventano protagonisti ritenendo “normale” utilizzare il falso per i propri scopi” (pag. 82). Ritorna qui il tema della costruzione di una cultura partecipativa più trasparente e più permeabile ai valori etici che faciliterebbe un’utilizzazione più consapevole e critica delle risorse digitali.

Come accennato sopra, si tratta di un percorso in cui le diverse agenzie educative, in particolare la famiglia e la scuola, possono svolgere un ruolo determinante. Significativamente, il libro di Pira riporta nella pagina della dedica la seguente, bellissima frase di San Giovanni Bosco: “dalla buona o cattiva educazione della gioventù dipende un buon o un triste avvenire della società”.

[1] Figli delle app, Francesco Pira, Franco Angeli, 2020.

[2] Bandura, Albert & Barbaranelli, Claudio & Caprara, Gian & Pastorelli, Concetta. (1996). Mechanisms of Moral Disengagement in the Exercise of Moral Agency. Journal of Personality and Social Psychology. 71. 364-374. 10.1037/0022-3514.71.2.364.

[3] Questi concetti e l’idea di cultura partecipativa di Henry Jenkins, professore di giornalismo, comunicazione ed arti cinematiche alla University of Southern California, sono discussi alle pagine 83 e 84  del libro di Pira, dove si cita anche un’interessante intervista allo studioso americano: http://henryjenkins.org/blog/2020/10/23/covid-19-participatory-culture-and-the-challenges-of-misinformation-and-disinformation.

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